Si era sempre sentito creativo, originale, fedele. Se Tom avesse dovuto tirar fuori delle parole su di sè, così a bruciapelo, probabilmente avrebbe elencato quei tre semplici aggettivi. Se ne stava ogni giorno immerso nella routine del suo mondo e si perdeva tra le sue passioni, tra i suoi pensieri, tra le sue convinzioni. Era essenzialmente un abitudinario: si circondava delle sole cose (non troppe) che lo stregavano e allora si preoccupava soltanto di non spezzare l’incantesimo. Difficilmente si era lasciato qualcosa alle spalle; la sua indole gli faceva credere di possedere delle braccia talmente lunghe da poter stringere tutto, senza tralasciare niente. Non aveva capito granché della vita, in effetti. Si ripeteva, però, si convinceva, di essere nel giusto. Lui ci credeva davvero. Era uno di quei tipi che faceva attenzione ai dettagli; un perfezionista che non dimenticava mai nulla e che adorava quelle cose semplici che riescono ad essere ugualmente incantevoli. Non era ottimista, quello no, però era un fedele sognatore. Amante del sogno, amante della notte: l’unico silenzio che lo metteva a suo agio, infatti, era quello notturno. Se c’era una cosa che gli metteva paura al calar del sole, invece, era proprio il buio. Il silenzio che tanto amava diventava inevitabilmente tremendo, mescolato all’assenza di ogni colore. Il buio era imprevedibile, poteva nascondere di tutto. Tom aveva bisogno del suo rifugio caldo, familiare, sicuro: aveva qualcosa di irrisolto dentro di sè, lo sentiva, quindi voleva concentrarsi soltanto su quello. Quando arrivava la notte, si dedicava unicamente alle sue sculture: lo faceva per distrarsi dal buio, per colmare la sua irrisolutezza, in comunione con l’unico silenzio che gli dava ispirazione. Fissava un blocco di legno e se ne innamorava. L’idea di trasformare un materiale grezzo in qualcosa di speciale lo faceva sentire come se fosse nato con quella missione. Non era facile: lo scalpello e i pochi attrezzi di cui disponeva erano semplici strumenti privi di vita e, come in ogni cosa, è sempre il talento dell’uomo a fare la differenza. Tom non era brillante: non era particolarmente intelligente, non se ne intendeva di molti argomenti e non era affatto curioso. Era un passionale. Quando la passione incontrava il legno, infatti, lui era un posseduto. Nonostante questo, però, si era dedicato soltanto a quattro sculture: erano quattro volti femminili, ciascuno di questi intagliato in blocchi di legno provenienti da alberi diversi. Quando Tom si ritrovava nella sua stanza, tutto quello che lo circondava si annullava presto: esistevano soltanto lui e le sue adorate creazioni. Purtroppo, la sua indole non poteva che riversarsi anche sui suoi lavori. Inizialmente, quei volti possedevano una bellezza autentica e semplice, come quella che tanto gli piaceva. Erano lì: lui li guardava e ne rimaneva sempre folgorato: questo, però, fino a non bastargli più. Aveva provato a lavorare su qualcosa di nuovo: nuovi soggetti, nuovo legno, nuove lune. C’era qualcosa di malsano in Tom (era evidente) che lo riportava sempre ai vecchi lavori. Li osservava e li vedeva incompleti, tanto quanto lui. Non riusciva a farsene una ragione, proprio non poteva! Continuando a scrutarli, li studiava e sperava di poterne cogliere nuove, stimolanti, sfumature. Si diceva che, magari, se visti sotto un’altra luce, se posizionati in un’altra prospettiva, se invertiti…No, c’era sempre qualcosa in più da definire. Si privava quasi della sua anima pur di trasferirla su legno. Testardo! Ogni notte, immerso nel silenzio, prendeva una delle sue precedenti sculture e intagliava, levigava, aggiungeva particolari. Così facendo, nel tempo, quei volti angelici si erano trasformati in volti mostruosi. Non c’era più niente di semplice o di armonioso; Tom era riuscito a rovinare quanto di più bello aveva creato. Si era ostinato a conservarli: lui non buttava mai niente, come avrebbe potuto liberarsi di loro? Una volta, però, il silenzio dentro di lui era entrato in cortocircuito con il silenzio circostante: era troppo da sostenere. Voleva il rumore! Non ne poteva più, non ne poteva più, era troppo persino per lui. Voleva la luce! Nell’oscurità di quel buio poteva nascondersi di tutto: quelle quattro sculture, ormai massacrate, se ne stavano ferme, mute, irriconoscibili. Tom non aveva mai avuto tanta paura come prima di quella notte. Il silenzio nel silenzio, i suoi mostri in quel buio. Quando si era reso conto che, conservando i vecchi blocchi, non sarebbe più riuscito a intargliarne di nuovi, aveva fatto l’ultima cosa che avrebbe mai voluto fare. Prima, però, si era rimproverato severamente: se in precedenza avesse avuto il senso del limite, se si fosse accontentato, se li avesse messi da parte, se fosse riuscito ad accettare che non tutti quei blocchi, per la natura del loro legno, potevano essere lavorati come lui voleva, allora quei quattro volti e la sua dedizione sarebbero rimasti intatti. Era ormai troppo tardi: Tom piangeva come un bambino, mentre vedeva i suoi amati lavori ardere; il fuoco, però, illuminava di luce vera quel buio e la consapevolezza che, prima o poi, sarebbe riuscito a tenere di nuovo in mano uno scalpello. Tom era creativo, originale, fedele. Un’artista nel creare il bello e nel saperlo poi distruggere: l’avrebbe fatto di nuovo, probabilmente, adesso, però, iniziava a levigare il blocco più duro e grezzo di tutti: se stesso.
Senti come brucia…

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