Ma taci, taci! Veloce è passato, nel rosso dei bicchieri di un tavolo imbandito, dal bianco delle pareti fino a un sorriso brillo. Bianco che abbaglia, ma il verde più di quello. Celebra la scena più erotica e l’abisso della memoria. Ma taci, taci! Non è più capodanno, non di quello si sta parlando, non di quest’anno. A chi rivolgere lo sguardo? Gli ultimi giorni di un gennaio tormentato, che si conclude in un febbraio che, di quanto detto, dimostrerà il suo contrario. Volontà costruite su speranze inghiottite da un marzo che non da’ certezze, aprendo le danze all’aprile che da sempre e tra tutti è il più crudele. Bologna trova posto nella cartina del mio cuore, spodestando i luoghi di tutta una vita. Ma taci, taci! La sua voce mi ha rapita, richiamandomi a sè. Era tardi! I suoi occhi dovevano essere strabici, perché uno guardava avanti, mentre l’altro cercava ancora me. L’arrivo dell’uomo nero, il vento sposta il fuoco, in abito bianco molto presto ti vedrà; quello che ne rimane è un incendio senza voce, un binario tra le fiamme, una nube verde che le prime notti di maggio soffocherà. Ma taci, taci! I chilometri s’inseguono in un finale già scritto, io improvviso e poi rifuggo per ritrovare ancora me, sotto un cielo mai visto, che di stelle ne ha fin troppe ma nessuna che possa distrarmi da te. Gocce dal bicchiere, sorsi dalla vita, ubriache dall’ utopia che si trasforma in tenacia, protagonista di quel giugno tanto fiero vissuto in un fiato. Luglio come quello, pieno e dinamico, all’inizio d’agosto, 806 chilometri dal mio rifugio sano, per poi perdermi nel bluff degli eventi contrari in corso, che in rincorsa e in apnea cercherò di controllare. Niente di fatto, niente di detto: settembre conferma i punti ciechi del mio istinto precipitoso, precipitato in un errore ingenuo e in una condanna senz’appello. A chi rivolgere lo sguardo? Ottobre, novembre e infine dicembre, tutte energie investite nella mia mente. Veloce è passato, nel rosso dei bicchieri di un tavolo imbandito, dal bianco delle pareti fino al mio sorriso brillo. Una veranda annebbiata, mille colori attorno, amici tra gli amici, un capodanno nuovo. Ma adesso taci, taci! Eco di dodici mesi.
Il mio passato è una zanzara che di notte non mi fa dormire, mi ronza nell’orecchio e si nutre di me. Di giorno poi sparisce e quasi non ce n’è più traccia; lascia solo il suo prurito e il bisogno insano di grattare.

Commenti recenti